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Cittadini nel mondo, le esperienze di chi si trova all'estero per studio, lavoro e svago.

Conta fino a meno 10..

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Le feste natalizie madrilene sono assai diverse dalle nostre. 

Iniziano il 22 dicembre con l'estrazione della lotteria della Navidad. Questa estrazione viene trasmessa alle 8e30 della mattina e dura per ore fino a che non vengono estratti tutti i numeri abbinati ai premi più alti. Due bambini a turno, cantando una nenia ipnotica, estraggono numero per numero nella trepida attesa che esca il premio più ambito: il “gordo”. Questo premio vale ben 4 milioni di euro. Per ogni spagnolo, ogni numero estratto è un sussulto e le persone attendono questa estrazione tra gioia e rabbia..

Da questo momento inizia, qui in Spagna, ufficialmente il Natale.

Il 24 dicembre è il turno dei canti natalizi chiamati “Villancicos”. Sono canzoncine che vengono insegnate ai bambini e che i ragazzi più giovani e anche meno giovani si ritrovano a cantare in bar o in piazza, a suon di Vermut! E vi posso assicurare che dopo un paio di bicchieri le tonalità di chi le canta sono tutt'altro che intonate..

La Vigilia e il Natale sono invece passate rigorosamente in famiglia, così come la notte di Capodanno.

Il 31 sera, infatti, si suole cenare con la famiglia e alla mezzanotte mangiare le 12 uve, come buon auspicio per i 12 mesi dell'anno. Terminato questo rituale, si scende in piazza, con buffi cappelli in testa, per la festa più bella e grande che si tiene in Puerta Sol, dove musica e fuochi d'artificio accompagnano il passare delle ore fino alla mattina.

Alcune curiosità. Per chi non riesce ad essere in Puerta Sol il 31 dicembre e mangiarsi le uve allo scoccare della mezzanotte, si ha la possibilità di vivere la magia del capodanno anche la notte del  30 dicembre. Da alcuni anni, infatti, è uso e costume, ritrovarsi la sera prima e fingere che sia la notte di capodanno. La gente fa il count down e la piazza si illumina come se fosse un vero capodanno, perché l'importante è lo spirito festivo e la voglia di passarselo bene. Ma per chi fosse molto superstizioso è assolutamente vietato mangiare le 12 uve perché porterebbero una terribile sfortuna!!!!

Il 26 dicembre, non si festeggia Santo Stefano, pertanto non è festa e si lavora come un giorno qualsiasi.

Per ultimo, ma non ultimo, vi comunico una grande scoperta che ho fatto!!

Molti spagnoli e per foruna non tutti, per le feste natalizia si augurano “una felice pasqua”!!!

Il periodo pasquale , infatti, per moltissimi spagnoli coincide o almeno partire, dal Natale fino alla Pasqua vera e propria. Lo stesso fiore simbolo di Natale, la nostra Stella di natale, per intenderci, qui viene chiamata “Estrella de Pasqua”!!

Che dire.. non mi rimane che augurarVi un Felice Anno Nuovo e felici feste..e anche una felice Pasqua!!!

 

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Il lato oscuro del calcio argentino

Dopo aver parlato del lato esaltante del futbol argentino, per dovere di cronaca anche del lato oscuro. Della lista di attributi e sostantivi affibiati nel post precedente al calcio, ne mancano due, i più inquietanti: terrore e malaffare. Già, c’è anche questo. E i politici lo sanno bene. E pure la polizia. Il problema più visibile si chiama barrrabrava, i nostri ultras, ma più violenti, e pure di molto. 301 vittime dal 1922 ad oggi. A quanto riporta la ong Salvemos al Futbol, dal 16 dicembre ad oggi sono morti già morte tre persone. La causa è la stessa: scontri fra fazioni della stessa squadra. L’ipotesi di omicidi derivanti da scontri a fuoco, risse o coltellate fra bande di tifosi avversari potrebbe anche essere un qualcosa di comprensibile, in questo mondo regolato da leggi d’onore e dimostrazioni di forza. Difficile capire quando queste persone, solitamente appartenenti agli strati più deboli della società, si scontrano, e sovente si ammazzano, fra di loro. La risposta sta nei traffici milionari della barra. Ci sono fazioni interne, e quella predominante si prende la fetta di torta più grossa. La gestione dei posteggi fuori dallo stadio, il bagarinaggio dei biglietti di ingresso rivenduti anche in dollari, il narcotraffico e lo sfruttamento della prostituzione: questi sono le attività illecite milionarie che spingono questi gangster, per nulla interessati al calcio, ma attratti dai soldi che ci girano attorno.  Il loro potere è smisurato, le televisioni intervistano questi personaggi con fedine penali chilometriche, i tifosi chiedono loro autografi come fossero calciatori, ma soprattutto, la politica sta con loro.

La ragione di questo permissivismo è analoga a quella che recentemente Massimo Carminati, il boss di Mafia Capitale, con la sua metafora del “mondo di mezzo”, ha spiegato a tutta Italia. Ci sono affari in cui i politici, imprenditori, sindacalisti non possono immischiarsi, perché si sporcherebbero le mani, allora le fanno sporcare a chi le ha già sporche, magari pure di sangue.  

Javier Cantero, presidente del club Indipendiente, ha deciso di porre fine a ricatti, denunciando pubblicamente il capo della tifoseria, isolandoli e puntando ad allontanarli dallo stadio. Constatato il fallimento di questa iniziativa, Cantero ha spiegato in un’intervista rilasciata a Pangea News, una rivista web italiana operante in Argentina,  che “la più pericolosa arma in mano ad un barra brava è la rubrica del suo cellulare, con i numeri dei politici: ogni volta che viene preso, li chiama e si fa rilasciare.

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La passione del futbol argentino

Passione e follia, coreografie e folklore, terrore e malaffare, gioia ed emozione. Non voglio raccontarvi la trama di un film, ma parliamo di stadi. Forse gli stadi di calcio più pazzi del mondo, dove tutti gli elementi citati poc’anzi rappresentano gli ingredienti di una magia che da un secolo risplende sul Rio de la Plata: el futbol argentino.

I nomi dei suoi due interpreti più illustri sono noti, anche a coloro che nutrono un disinteresse totale per il calcio: Maradona e Messi sono simboli globali che l’Argentina vanta, oltre Evita, il papa ed il Che.    

Ma andiamo per ordine, analizzando i vari elementi a due a due. Passione e follia: perché in Argentina il calcio è più che uno sport. Gli incontri della nazionale a Brasile 2014 sono stati seguiti da circa 20 milioni di spettatori, su 40 milioni di abitanti! Anche la fornaia del mio quartiere, una donna composta e aggraziata sulla cinquantina indossava nel periodo dei Mondiali brasiliani la maglia della Seleccìon. Il calcio monopolizza i discorsi ai bar, fra gli studenti maschi, fra i vecchi al bar, sui social network e persino fra le chiacchiere dei senza tetto: è ovunque, molto più che in Italia. E’ follia demenziale, se pensiamo che tre anni fa quando il River Plate retrocesse in serie B, la zona nord della città fu messa a ferro e fuoco. Follia d’amore se c’è gente che quando muore si vuol far cremare e spandere le ceneri nello stadio del Boca Juniors, o gente che fa le foto della carta d’identità con la maglia del club, perché è appunto per loro un segno identitario.

E’ coreografia e folklore, perché si vedono gli stadi argentini tremare per i salti dei tifosi festanti, i “Nooooo!!!” che manco ci fosse stato un omicidio che esce dalle finestre delle case al goal sbagliato, ho visto una bandiera del River Plate che misura 7 kilometri e 830 metri portata dai tifosi allo stadio, tamburi che vibrano incessanti e canti di supporto per tutti i 90 minuti. Per finire, come non impazzire per i rotoli di carta igienica tirati in campo…


Siamo arrivati alla fine, se non altro del capitolo del lato gioioso del futbol: divertimento ed emozione. Queste sono state le sensazioni nell’avere vissuto la tanto attesa Coppa del Mondo di Brasile 2014. Confesso che all’inizio l’idea di seguire l’ennesimo mondiale lontano dall’Italia mi pesava un po’, ma visto l’esito, direi che mai coincidenza fu più fortunata. Il clima di festa costante durato quasi un mese penso sia impossibile da rivivere altrove, perché in nessun altro posto si vive il calcio come lo si vive qua. Sospinti dai successi di una buona squadra, di certo più tenace e fortunata che spettacolare, gli argentini e noi stranieri abbiamo approfittato della “flessibilità” lavorativa sudamericana quando gioca la nazionale e ne abbiamo approfittato mangiando e bevendo abbondantemente ad ogni partita. Per quanto mi riguarda, la cosa che mi rimarrà più impressa sarà il grido che ho ascoltato levarsi dalle case della gente al goal di Messi all’ultimo minuto. Ed ovviamente, seguire in diretta la telecronaca dei giornalisti meno professionali al mondo…ascoltate anche voi.

Il telecronista:


La gente:

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Non solo canguri e koala: i ragni australiani!

Non solo canguri e koala: i ragni australiani!

Una delle prime domande che mi vengono poste dalle persone che scoprono che abito in Australia è se ho visto i canguri e koala. A seguire mi chiedono, soprattutto le ragazze e madri dei miei amici italiani, … “e i ragni?!”

Devo dirvi che io ero la classica aracnofobica…in Europa un comunissimo ragno “zampe lunghe” mi faceva andare “fuori di testa”… L’Australia mi ha curato! Ho vissuto quasi un annetto nella zona di Melbourne, in Victoria, per poi spostarmi nel più caldo Queensland, a Brisbane. Città che amo e che ho nel cuore.

Il mio primo incontro con un ragno australiano fu nel piccolo sgabuzzino dell’apparatmento che condividevo con un simpatico ragazzo italo-australiano. 

Mi ricordo che stavo per intraprendere le pulizie di casa che aprendo la porta dello sgabuzzino per prendere l’aspirapolvere…mi trovai davanti al temutissimo spettacolo del redback. Questo simpatico ragnetto, non più grande di un alluce, può uccidere un bambino se lo pizzica, non chè provocare importanti e fastidiose reazioni ad un adulto.

La mia reazione fu di paralizzarmi lì davanti e chiedere aiuto al mio coinquilino che prese l’apposito spray ed uccise il ragno.

Io non sono per uccidere gli animali…e gli australiani hanno un rapporto che mi ha sempre colpita con la selvaggia natura. Non uccidono gli animali, se non quelli velenosi e mortali per l’uomo.

Pensavo che la storia del redback fosse quella più “grande” da raccontare agli amici italiani… finchè mi trasferii in Queensland.

La vegetazione e la fauna sono di tipo sub-tropicale in questa zona del est Australia.

Il contatto con i ragni è al ordine del giorno. Ci sono ragni grandi come nostre dita appesi alle foglie e ai rami degli alberi…sono quelli che vengono detti “ragni della frutta” ...e non sono mortali per cui la gente ci convive in maniera direi serena.

Nella "breading season" (quella in cui i ragni si riproducono) è terribile e allo stesso divertente vedere i nuovi arrivati nel Queensland (ragazzi asiatici, europei, indiani) camminare semi piegati da un lato per evitare il contatto o la vicinanza con gli alberi che accompagnano i marciapiedi nelle strade. Io stessa, con una cara amica italiana, camminavo saltellando di qua e di là come una matta ai miei esordi a Brisbane. E insieme sembravamo due ragazzine pazze perché urlavamo dallo spavento e ridevamo per le nostre reazioni aracnofobiche tanto assurde agli occhi dei locals.

Devo dire che il giorno tanto temuto arrivò anche per me durante la stagione di riproduzione degli aracnidi. Ero nel mio carinissimo appartamento di West End, zona hippies di Brisbane, ero in compagnia di una amica coreana ed un amico brasiliano per studiare. Al momento di cucinare un po’ di pasta per loro misi la mia mano nella credenza e con il pacchetto di pasta, uscì pure un ragno grande come il mio pollice e marrone…sapete di quelli orribili con le zampette cicciottelle.

Ovviamente urlai e scappai dalla cucina…chiesi dunque al mio amico, in quanto uomo della situazione,  di darmi una mano…e decidemmo di usare l’unica arma possibile, l’aspirapolvere, per risucchiare il ragno ed eliminarlo dai nostri occhi. La scena, tragicomica, era di due adulti terrorizzati,  uno- Lucas- con il bastone dell’aspirapolvere pronto  ad  attaccare; l’altra con il compito di accendere l’aspirapolvere. La mia amica Gin, divertita dalle nostre reazioni isteriche, aveva il compito di tappare con della carta il tubo dell’aspirapolvere dopo “il risucchio alla ghostbusters” onde evitare che il povero zampettato potesse uscire dalla trappola-aspirapolvere.

b2ap3_thumbnail_1930291_18906214332_8394_n-1.jpgRiuscimmo nella missione. Non con poco stress. Andai dunque in bagno per rinfrescarmi il volto…ed alzando la testa vidi quello che nessuno vuole vedere: un "hansmann" sulla parete vicino alla porta.

Reagii con una certa calma, paralizzata. Il cuore dentro di me non batteva. Con un filo di voce, quasi a non voler disturbare il ragno, chiamai i miei amici che nel mentre si rilassavano in balcone.

Arrivò Lucas, e strillo, un grido così acuto che l’ho ancora nelle orecchie. Arrivò Gin ed esclamò un “OMG!”. E piano piano uscimmo dal bagno. Cosa fare? Un ragno così non si poteva certo aspirapolvere!

Gli hansmann sono ragni innocui e se si può definire un ragno bello, sono belli. Eleganti, con il corpo nero nero, ricoperto di peletti e con un qualcosa di bianco disegnato sulla schiena direi (ho sinceramente un ricordo vivido nelle sensazioni ma alquanto vago dato che la mia mente cerca da allora di dimenticare). Sono ragni che possono arrivare ad esser di dimensioni a mio parere mostruose. Quello del bagno era grande come la mia mano. E non sto scherzando.

Incapaci di risolverla da noi, chiamai un altro amico che provò a catturare quel hansmann. E che ahimè fallì. Avete letto bene catturare, non uccidere. Gli australiani non uccidono gli hansmann. Li fanno cadere in barattoli e li liberano in giardino. Tutto nella norma. Ho visto bambini giocare con hansmann come noi giocavamo con ranette e vermiciattoli!

Poiché ormai era tardi, quella notte rimasi a dormire in una casa, con il mio coinquilino assente (in genere era lui ad occuparsi della fauna indesiderata dalla sottoscritta), e con un nuovo “housemate”, Aracne. Le diedi il nome, come fosse un animale domestico, in modo di poter far fronte a quella paura che mi venisse a trovare nel corso della notte.

Il giorno dopo, nonostante tutti i miei amici australiani mi dicessero come questi ragni fossero innocui… andai al supermercato e presi una di quelle bombolette spray che si stappano come bombe fumogene e decisi di fare uno sterminio di qualsiasi forma vivente non pagante affitto fosse in casa mia. Forse gesto estremo ma mentalmente rassicurante. Non trovai mai il cadavere di Aracne. Spero sia a scorrazzare in case altrui o in un habitat più adeguato.

 

Questo breve aneddoto sui ragni che ho incontrato in Australia può aiutare tutti voi a comprendere che in quasi 5 anni di vita a testa in giù…ho incontrato solo tre ragni in casa. Ovvio, anche se sembro spietata a tutti i miei coinquilini australiani, io spendo 100 splendidi dollari ogni 6 mesi per una disinfestazione “precauzionale” delle mura domestiche. Chiamo infatti il “terminator” che spruzza veleno su tutte le pareti e dove serve nel giardino per garantire la mia salute psichica e il mio quieto vivere con la fauna locale. Non quieto per la fauna forse…ma per me si. :P

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Rock argentino, ritmo inglese, anima italiana: Sumo

Rock argentino, ritmo inglese, anima italiana: Sumo

Dopo il post d’obbligo sul tango, la digressione sulla musica in Argentina non può dirsi certo conclusa. Non prima di aver parlato di un ragazzo romano capace di rivoluzionare il rock argentino, un nome sconosciuto in Italia, ma che a Buenos Aires ha l’aura del mito: questo ragazzo si chiamava di Luca Prodan.

La sua biografia, per quanto breve, è di un’intensità incredibile, come si addice alle rock star. Nato a Roma nel 1953, figlio di un antiquario sinologo italiano e di una ricca scozzese, aveva studiato in Inghilterra, frequentando le scuole dell’aristocrazia inglese, manifestando fin da ragazzo un'indole ribelle. Scappato dal college dorato, Luca cominciò a vivere a Londra, vendendo dischi nel negozio della Virgin a Portobello Road, che sul finire dei ’70 era uno dei quartieri di riferimento dei musicisti e degli artisti, in quella che era la capitale mondiale dell’innovazione.

Ma si sa, quando il terreno è fertile per lo stravolgimento dei canoni estetico-musicali, l’adrenalina è tanta, ed oltre al genio, fa la sua comparsa anche il vizio. In quegli anni dei buchi facili, Luca ci era finito dentro in pieno. L’Argentina fu la sua salvezza. Un paese fuori delle rotte del narcotraffico, unico rifugio possibile, nonostante la dittatura militare e i desaparecidos.



Atterrato in Argentina nel 1981 con la pelle gialla e gli occhi gonfi, Luca ha però dentro di sé la voglia di dimostrare al mondo, e soprattutto alla sua famiglia, che lui è un tipo che vale. Da questa seconda vita nasceranno i Sumo: il gruppo che risvegliò lo spirito di libertà in un paese devastato. In tempi di stagnazione culturale, i Sumo sono come un ciclone che travolge la monotonia di un ambiente chiuso da troppe proibizioni, come quella di passare musica in lingua inglese alla radio. Il mix di punk, ska-reggae e new-wave di Prodan veniva dritto da Londra, era cantato in inglese o in spagnolo, ma già segnava un punto di non ritorno per la storia del rock argentino. Il loro successo fu incredibile. Luca era l’istrionico leader di una band che riempiva gli stadi, era un icona, un soggetto quasi futuristico, venuta dallo spazio che con la sua musica mai banale e ricca di tutte le contaminazioni musicali degli anni ’80 trascinavano una generazione intera, desiderosa di respirare aria nuova.  

Ma il genio, si sa viene spesso accompagnato dall’eccesso, e Luca Prodan ce lo aveva scritto nel dna. Se leggiamo i suoi testi, si possono ritrovare i tormenti. Li ha voluti cantare, portandoli sul palco. Pochi giorni dopo l'ultimo concerto, a causa di una cirrosi epatica, dopo 6 anni dal suo arrivo in Argentina, morì il 22 dicembre del 1987. 

Buenos Aires è tuttora disseminata di targhe, scritte dedicate a lui, ed il suo nome è indissolubilmente legato alla musica argentina. A più di venti anni dalla sua morte, i fans vanno a trovarlo e lasciano magari qualche fiore o bottiglia del suo gin preferito. L’ultimo tassello che mancava al puzzle per farlo diventare l’incarnazione del Jim Morrison australe. 

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Sovrannaturale potenza della natura

Sovrannaturale potenza della natura

Continuando il viaggio verso le remote provincias argentine meno note ai più, oggi vorrei raccontarvi il viaggio a Misiones. Collocata nella zona della Triple Frontera fra Argentina, Paraguay e Brasile, questa regione è caratterizzata da un caldo clima subtropicale, bagnato da abbondanti precipitazioni che alimentano la meravigliosa selva che occupa gran parte della regione. Quest’angolo povero e periferico d’Argentina, che vive di agricoltura ed allevamento, ospita una delle sette meraviglie naturali della Terra: le maestose cascate di Iguazù.

Essendo italiano, in tutta onestà, non ho mai trovato in Argentina, niente che fosse almeno paragonabile all’incanto delle nostre città, ma da un punto di vista naturale, questo paese è qualcosa di straordinario. La particolarità di essere collocato a latitudini così diverse e, di conseguenza, la varietà climatica che ne deriva, sono elementi ai quali noi siamo abituati, ma ciò che differenzia l’Italia dall’Argentina, è la vastità, l’immensità della natura. Ad Iguazù non si ammira una cascata, ad Iguazù ci si scontra con un complesso di cascate, il cui volume d’acqua ha una portata talmente gigantesca da sentirne un urlo impressionante. Si rimane quasi intimoriti davanti a tanta potenza. Personalmente ho provato quasi un sensazione di brivido, come di una forza talmente superiore all’uomo che ti vien voglia di lasciarti andare e farti travolgere da quella valanga d’acqua. La guida, infatti, mi ha raccontato che, seppur non vengano resi noti i dati, sono numerose le persone che cedono al fascino di tuffarsi nelle acque del Rio Iguazù in coincidenza della confluenza di varie cascate in una gola della vallata: la Garganta del Diablo. Visti gli 80 metri di dislivello, nessuno ha mai potuto raccontare come è stata la sensazione del viaggio.

Note macabre a parte, le cascate sono inserite in un meraviglioso parco naturale, e seppur la Gola del Diavolo, ne rappresenti il punto di maggior effetto scenico, anche i vari percorsi all’interno della giungla sono fantastici. Vi sono vari animali per noi piuttosto strani, come i coatì, un mammifero innocuo che vive a contatto con i turisti, ai quali al massimo, può rubare i panini se vengono lasciati incustoditi. Ci sono variopinti tucani e sonnolenti yacarè, un coccodrillo tipico della zona. Per non parlare della flora e della vegetazione in generale, basti pensare che è la zona con la maggior biodiversità di tutta l’Argentina.

 Dall’altro lato del fiume, c’è il lato brasiliano, anch’esso molto suggestivo, ma più per una visione d’insieme di questa strepitosa fotografia, in quanto non vi si possono fare escursioni così vicine alle cascate come dal lato argentino. Da pochi anni poi, nelle notti di luna piena sono organizzate escursioni particolari, per chi decide di vivere un’esperienza unica, illuminati soltanto dalla luce della luna e delle stelle.    

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Occhio all'operaio...

Occhio all'operaio...

 

Camminare per la strade della Cina porta spesso ad incontrare situazioni esilaranti o che dal nostro punto di vista, sono alquanto lontane dalla routine a cui siamo abituati. C’è infatti una discreta concentrazione di personaggi vagamente felliniani che popolano le strade e colorano piacevolmente la popolazione locale.

Se capita un guasto, piccolo o grande che sia, all’impianto elettrico, alle tubature, alla caldaia: qualunque sia l’emergenza che richiede la presenza di un operaio specializzato, bé, può essere domenica, lunedì, notte fonda o mattina vergognosamente presto, non importa, in Cina ci sarà sempre qualcuno pronto ad intervenire. La settimana lavorativa infatti ha la durata di una settimana e la giornata lavorativa, ha la durata di… una giornata.

Non c’è problema che non sia affrontabile, e dove non si arriva con i mezzi a disposizione, ci si inventa un modo alternativo o semplicemente si fa senza mezzi. Perciò, se bisogna fare ordine tra i fasci di cavi che corrono paralleli alla strada, se questi fasci di cavi si trovano molto in alto, cosa mai ci potrà servire? Una scala? C’è. Delle fascette? Ci sono. Un supporto di sicurezza? Vabbè dai non succede niente, è solo qualche metro. Un supporto morale? Presente, ti aspetta sotto. Se cadi non fa finta di niente, promesso. Che dire, è la legge del “poche storie”: si agisce. Anche se si tratta di vestire i panni del funambolo per un po’ e restare sospesi a tre metri sperando che il fascio di cavi che ti regge non si apra sotto il peso delle troppe scodelle di riso mangiate.

Quando invece il compito che ci compete è la fluidità del traffico di un passaggio pedonale nelle ore di punta, qui bisogna fare sul serio. Infatti la Cina ha una forza di grande impeto da non sottovalutare: si tratta del potere della massa, ciò che è capace di interrompere il traffico o di prolungare un verde al passaggio pedonale all’infinito. Se capita che i pedoni decidono che non hanno più voglia di aspettare, si riversano massicciamente senza soluzione di continuità sulla strada e, a meno che il guidatore non sia intenzionato a fare una strage, si deve necessariamente fermare. E garantito che lo farà perché in fondo, tutti gli autisti si aspettano di vedersi attraversare la strada in qualunque momento da nuvole di camminatori sregolati. Tranne, e soltanto quando, chi si occupa di regolare il traffico dei passaggi pedonali ha preso il proprio lavoro come una missione di pace delle Forze dell’ONU. A quel punto, armato di solo fischietto e bandierina rossa, saprà fermare i contravventori, accelerare i ritardatari, fare girare i tacchi ai furbetti o scattare a tutto gas gli scooter e i motorini quando è il loro turno. Perché, un operatore del traffico serio sa che il passaggio pedonale in Cina non è governato dalla legge del rosso ma dalla fretta dei passanti: il suo obiettivo sommo sarà di rendere quei dieci metri quadrati di asfalto a lineette, un paradiso svizzero di onestà e adempimento delle leggi dell’ordine e del semaforo.

 

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La biblioteca che sorge dal mare

La biblioteca che sorge dal mare

<<Gli italiani pensano che questa biblioteca sia stata costruita sui resti di quella antica. Non è così, la nostra biblioteca è moderna e richiama in bellezza quella antica>> E’ Christina che mi avverte di ciò e che mi chiarisce la storia di questo luogo magnifico, che per molti europei è rimasto mitico. Sì, è vero, pensavo anch’io di trovare dei reperti archeologici, ma mi ritrovo davanti ad una struttura modernissima, su Shari 26 Yulyo, che accoglie i visitatori in un tripudio di fontane e specchi d’acqua, così da dare l’effetto ottico che il mare arrivi fin lì. Del resto anche la biblioteca antica era la più moderna del suo tempo: era l’unica dove si ricopiavano i testi provenienti dalla Grecia per evitare che gli originali si potessero perdere. La biblioteca fu distrutta da un incendio e solo per un caso alcuni dei più preziosi scritti riuscirono a salvarsi dal disastro. Questa contemporanea, si trova a pochi passi da alcune facoltà dell’Università di Alessandria. Durante gli scavi per la costruzione, è stato trovato un mosaico che rimanda al periodo greco romano e che non è altro che la punta dell’iceberg di una zona molto grande della città che comprende l’anfiteatro, il museo e le terme. L’intento della nuova biblioteca è di richiamare al grandezza della più famosa.

b2ap3_thumbnail_interno-articolo-post-9-2.jpgL’edificio assomiglia al sole che sorge dal mare. E’ inclinato e la sua struttura è di vetro, quindi si illumina con la luce del sole per tutta la giornata: non è un caso che intorno ci sia il gioco degli specchi d’acqua con le palme che fanno da ombra!  A proteggerlo c’è un muro dove sono raffigurati tutti gli alfabeti del mondo. L’interno è davvero una sorpresa: oltre alla mostra fissa sulla storia della scrittura e della stampa, le postazioni per leggere i libri (che possono essere solo consultati e non prestati) e quelle per navigare su internet sono perfettamente illuminate. Ogni piano è dedicato ad una branca del sapere. Vicino alla biblioteca è stata costruita una piramide che ospita il museo delle scienze e che sorregge (è rovesciata!) il Planetario, a forma di sfera lunare. Christina, felice di mostrarmi uno degli edifici che ama di più e che rappresenta un’apertura culturale che solo una città come Alessandria può avere, mi consiglia di ritornarvi per la mia tesi: ci sono molti testi sulla politica mediorientale contemporanea e sono tutti in inglese. La fine della visita coincide con il tramonto. Come il giorno fa posto alla notte, così si spengono le “luci” nella biblioteca e si accendono quelle del Planetario.

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Una passeggiata all'Orangerie

Una passeggiata all'Orangerie

Si trova a pochi passi dal centro di Kassel ma l’impressione è quella di fare una passeggiata dal sapore francese. Il palazzo dell’Orangerie sorge nella parte settentrionale del parco di Karlsaue, immenso giardino barocco che si sviluppa sulle rive del fiume Fulda. Il parco, creato nel corso del Settecento, è caratterizzato da numerosi bacini d’acqua e canali simmetrici che trovano il loro punto d’arrivo nel palazzo dell’Orangerie, residenza estiva voluta dal Langravio Karl I (1654-1730). Progettato sulla base dei modelli francesi questo palazzo è costituito da lunghe gallerie utilizzate un tempo per feste e cerimonie pubbliche. Nel padiglione centrale si trova anche la Sala di Apollo, un vero e proprio “giardino d’inverno” (da cui il nome Orangerie appunto, storicamente la serra nella quale venivano riparati gli agrumi), che ospitava nei periodi più freddi le piante da vaso e i numerosi alberi di arance ed alloro. Oggi il palazzo è sede del Planetario e dell’Astronomisch-Physikalisches Kabinettm, museo di fisica e astronomia che vanta un’affascinante collezione di orologi, mappamondi e strumenti scientifici del XVI-XVIII secolo. Alla fine del parco, verso il limite meridionale, si trova l’Insel Siebenbergen detta anche "isola dei fiori ", ricca e pittoresca area botanica che si colora durante la fioritura nel periodo estivo.  

Il parco di Karlsaue è il luogo perfetto per fare una passeggiata immersi nel verde, ma rimanendo nel pieno centro cittadino. Una distesa di prati ordinati e corsi d'acqua accolgono il visitatore e sono il luogo ideale per correre o fare un giro in bicicletta. Si accede al parco direttamente da Friedrichsplatz, a lato della documenta-Halle, accolti da un’installazione permanente opera del gruppo Haus-Rucker-Co, Rahmenba. Progettata in occasione della documenta 6 nel 1977 è una struttura quadrata fissata con grossi cavi d’acciaio, una “finestra sul paesaggio” che incornicia ed indirizza il nostro sguardo sull'elegante Orangerie. 

 

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Direzione Norte argentino

Direzione Norte argentino

Buenos Aires, come tutte le capitali, ha il potere di intrappolare chi ci vive. Ma un paese come l’Argentina, si ha il dovere di percorrerlo lungo tutti i suoi cinquemila chilometri. Il post di oggi è dedicato ad una delle province più remote dell’Argentina, perlopiù sconosciuta al grande pubblico europeo: oggi facciamo una piccola fuga da Buenos Aires per andare a Salta. “Salta la linda”, ovvero la bella, come è stata ribattezzata qui.

Ubicata nel Norte argentino, segna, assieme alla provincia di Jujuy, il confine con la Bolivia. Da Buenos Aires a Salta ci sono 1500 chilometri di distanza geografica, ma almeno quatto-cinque anni luce di distanza per alcuni aspetti antropologico-culturali. La frenetica e tentacolare capitale, che vive coi nervi a fior di pelle e con una mentalità costantemente proiettata all’affare mediante la furbizia, nuota in un mare di edonismo ed egoismo. Essa non pare essere la città simbolo di una nazione, ma anzi si sente sempre dire dai suoi abitanti, che “Buenos Aires non è l’Argentina”. Ed è vero: non ho mai visto una città capitale così lontana dal resto del paese.  A Salta, e nei suoi incredibili dintorni, si assiste ad un rovesciamento dei paradigmi socioculturali rispetto a Buenos Aires. L’impatto è in primis ovviamente visivo. Il suo profilo urbano disegnato da case e chiese di stile coloniale, dà testimonianza della sua importanza come centro urbano già dal 1582, quando ancora Buenos Aires non era la città più importante del futuro paese. Salta era il collegamento fra la parte più ricca del Vicereame spagnolo con sede in Perù e l’altro lato dell’oceano. E’ la città argentina più bella da un punto di vista estetico proprio perché è questo carattere ispanico che la differenzia da tutte le altre. Il suo clima è dolce, tiepido d’inverno e caldo ma secco d’estate, garantisce la possibilità di visitarla durante le quattro stagioni.

Ma le ragioni della sua peculiarità passano dalla tavola. Qui nascono le famose empanadas, ovvero dei panzerotti ripiene di qualsiasi cosa si voglia, qui si mangia il locro, una zuppa di mais bianco arricchita con carne e verdure, una vera prelibatezza che gli argentini sono soliti mangiare nelle ricorrenze festive. Inoltre, al posto della mucca pampeana, qui le carni  più caratteristiche sono il capretto ed il lama. Pure il vino, cambia le sue caratteristiche. Il Malbec argentino di Mendoza cede il posto al Torrontes de Cafayate, un vino bianco aromatico figlio di questo clima secco e caldissimo. Siamo così agli antipodi dello stereotipo nazionale argentino che abbiamo in mente noi europei, che persino il ballo è distinto. Non più tango ballato nelle milongas ,ma il folklore ballato nelle peñas: zamba, chacarera, gato e carnevalito sono i balli tipici di queste regioni del Norte. Musiche più gioiose e coinvolgenti, rispetto agli struggenti tango rioplatensi.

Insomma, se passate di qui, Salta è davvero una tappa obbligata, poi perdetevi nelle sue valli che la attorniano: le millenarie montagne colorate… una meraviglia per gli occhi e per il cuore.     

 

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