By Claudio Aleotti on Sabato, 27 Dicembre 2014
Category: Vivere in Argentina

Rock argentino, ritmo inglese, anima italiana: Sumo

Dopo il post d’obbligo sul tango, la digressione sulla musica in Argentina non può dirsi certo conclusa. Non prima di aver parlato di un ragazzo romano capace di rivoluzionare il rock argentino, un nome sconosciuto in Italia, ma che a Buenos Aires ha l’aura del mito: questo ragazzo si chiamava di Luca Prodan.

La sua biografia, per quanto breve, è di un’intensità incredibile, come si addice alle rock star. Nato a Roma nel 1953, figlio di un antiquario sinologo italiano e di una ricca scozzese, aveva studiato in Inghilterra, frequentando le scuole dell’aristocrazia inglese, manifestando fin da ragazzo un'indole ribelle. Scappato dal college dorato, Luca cominciò a vivere a Londra, vendendo dischi nel negozio della Virgin a Portobello Road, che sul finire dei ’70 era uno dei quartieri di riferimento dei musicisti e degli artisti, in quella che era la capitale mondiale dell’innovazione.

Ma si sa, quando il terreno è fertile per lo stravolgimento dei canoni estetico-musicali, l’adrenalina è tanta, ed oltre al genio, fa la sua comparsa anche il vizio. In quegli anni dei buchi facili, Luca ci era finito dentro in pieno. L’Argentina fu la sua salvezza. Un paese fuori delle rotte del narcotraffico, unico rifugio possibile, nonostante la dittatura militare e i desaparecidos.

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Atterrato in Argentina nel 1981 con la pelle gialla e gli occhi gonfi, Luca ha però dentro di sé la voglia di dimostrare al mondo, e soprattutto alla sua famiglia, che lui è un tipo che vale. Da questa seconda vita nasceranno i Sumo: il gruppo che risvegliò lo spirito di libertà in un paese devastato. In tempi di stagnazione culturale, i Sumo sono come un ciclone che travolge la monotonia di un ambiente chiuso da troppe proibizioni, come quella di passare musica in lingua inglese alla radio. Il mix di punk, ska-reggae e new-wave di Prodan veniva dritto da Londra, era cantato in inglese o in spagnolo, ma già segnava un punto di non ritorno per la storia del rock argentino. Il loro successo fu incredibile. Luca era l’istrionico leader di una band che riempiva gli stadi, era un icona, un soggetto quasi futuristico, venuta dallo spazio che con la sua musica mai banale e ricca di tutte le contaminazioni musicali degli anni ’80 trascinavano una generazione intera, desiderosa di respirare aria nuova.  

Ma il genio, si sa viene spesso accompagnato dall’eccesso, e Luca Prodan ce lo aveva scritto nel dna. Se leggiamo i suoi testi, si possono ritrovare i tormenti. Li ha voluti cantare, portandoli sul palco. Pochi giorni dopo l'ultimo concerto, a causa di una cirrosi epatica, dopo 6 anni dal suo arrivo in Argentina, morì il 22 dicembre del 1987. 

Buenos Aires è tuttora disseminata di targhe, scritte dedicate a lui, ed il suo nome è indissolubilmente legato alla musica argentina. A più di venti anni dalla sua morte, i fans vanno a trovarlo e lasciano magari qualche fiore o bottiglia del suo gin preferito. L’ultimo tassello che mancava al puzzle per farlo diventare l’incarnazione del Jim Morrison australe. 

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